Gruppo Kamenge Pavia

UN PAPA ECUMENICO: E NOI?

UN PAPA ECUMENICO: E NOI?
Giancarla Codrignani

Il 22 giugno 2015 Papa Francesco ha visitato il tempio Evangelico della città di Torino. Nel discorso rivolto ai fratelli valdesi metodisti ha detto cose notevolissime sulle realizzazioni del movimento ecumenico di questi anni: <<la riscoperta della fraternità che unisce tutti coloro che credono in Gesù Cristo e sono stati battezzati nel suo nome… una comunione ancora in cammino, una comunione che, con la preghiera, con la continua conversione personale e comunitaria e con l’aiuto dei teologi, noi speriamo, fiduciosi nell’azione dello Spirito Santo, possa diventare piena e visibile comunione nella verità e nella carità>>. Chi cerca l’unità deve sapere che <<non significa uniformità. I fratelli infatti sono accomunati da una stessa origine ma non sono identici tra di loro…. e perfino nell’annuncio del Vangelo vi erano diversità e talora contrasti (cfr At 15,36-40)>>. E’ indubbio che il principio vale per le confessioni cristiane e per tutte le religioni, ma nei confronti del protestantesimo, <<non possiamo che rattristarci di fronte alle contese e alle violenze commesse in nome della propria fede…. Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!>>.
Tutti sappiamo che oggi le relazioni interconfessionali sono buone e che lo scambio pasquale di reciprocità che a Pinerolo ha visto i valdesi donare il vino, mentre i cattolici della diocesi offrivano il pane è <<un gesto fra le due Chiese che va ben oltre la semplice cortesia e che fa pregustare, per certi versi, quell’unità della mensa eucaristica alla quale aneliamo>>. Tanto più che non mancano terreni di collaborazione, dalla trasmissione del “cuore del Vangelo” al servizio all’umanità che soffre, ai poveri, agli ammalati, ai migranti. Quanto, poi, alle questioni antropologiche ed etiche, <<se camminiamo insieme, il Signore ci aiuta a vivere quella comunione che precede ogni contrasto>>.
Papa Francesco non può non sentire la pochezza di un cristianesimo “esclusivo” quale è quello che si riesce a praticare, restando, di fatto, o entro il livelli di cortesia da lui citati o nella disponibilità amicale di frequentazioni che stanno dentro lo spazio aperto che chiamiamo sempre “cattolico” e non, come è la traduzione del termine, “universale”. La “presa di distanza” che manteniamo – in conseguenza di una Riforma e di una Controriforma a cui non abbiamo partecipato e che ci lasciano oggi ignari e indifferenti – sembra ormai davvero estranea a qualunque comportamento cristiano (unum sint?). Nell’omelia del giorno prima, dopo aver pregato davanti all’  “uomo della Sindone” (che il Papa non ha mai definito “immagine del Signore”), aveva definito segno della salvezza <<il sapersi spogliare delle vesti logore e vecchie dei rancori e delle inimicizie per indossare la tunica pulita della mansuetudine, della benevolenza, del servizio agli altri, della pace del cuore, propria dei figli di Dio…. Come sul lago di Galilea, anche oggi nel mare della nostra esistenza Gesù è Colui che vince le forze del male e le minacce della disperazione. La pace che Lui ci dona è per tutti; anche per tanti fratelli e sorelle che fuggono da guerre e persecuzioni in cerca di pace e libertà>>.

Come parlare di “ecumenismo” oggi in una società che non riesce nemmeno a cogliere il senso di una così criptica parola e che avrebbe bisogno di essere già dentro i valori della libertà religiosa?
Papa Francesco ha scavalcato d’impeto il piccolo trotto dei nostri gruppi.  Ovviamente parto dalla mia esperienza, di persona che non è mai stata educata a distinguere le chiese e che da piccola non ha mai notata la “perfidia” degli ebrei sul messalino. Ho avuto la fortuna di conoscere Maria Vingiani e di essere stata introdotta al Segretariato per le Attività Ecumeniche (SAE). Le sessioni estive erano esperienze entusiasmanti. Piene di giovani: eravamo noi, che ci siamo ancora, ma – debbo dirlo – siamo diventati meno coraggiosi. Maria, certo, ogni volta correva su e giù a ricordare che non era ammessa la comunione con i protestanti, preoccupata se lo si fosse saputo “in alto”; ma moltissimi, anche preti e, soprattutto, suore, condividevano senza problemi.
Maria Vingiani è una veneziana che si è laureata nel 1947 con una tesi sull’opposizione dottrinale tra cattolici e protestanti. Da assessoea alla cultura aveva ben conosciuto il patriarca Roncalli che, divenuto Giovanni XXIII, affidò al card. Bea la redazione di un documento per ricomporre la lacerazione con gli ebrei perseguitati dall’antisemitismo cristiano a cui pensava dopo aver conosciuto, presentatogli dalla Vingiani, Jules Isaac, al quale, quando questi andò in Vaticano per affidare ad un Papa le speranze di ravvedimento dal peccato dell’antisemitismo, Giovanni XXIII aveva risposto “Vous avez droit à plus que de l’espoir”. Né Roncalli né Isaac lessero la dichiarazione Nostra Aetate, uscita nell’ottobre del 1965. Ma il documento resta patrimonio del Concilio che, partendo dal riconoscimento delle altre espressioni religiose (“La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni”) e dai punti di contatto che avvicinano cristiani e musulmani, definisce “fratelli maggiori” gli ebrei e delegittima ogni forma di antisemitismo e di persecuzione. Questo cinquant’anni fa. Nonostante l’implicito legame con Isaac, il Sae ha sempre faticato a mantenere legami teologici e amicali con le comunità ebraiche e anche nella mia città mi sembra che da anni  non andiamo in Sinagoga (ma forse sono io che perdo le occasioni) e a livello delle sessioni un amico grande come Amos Luzzatto è troppo poco. Che io sappia nessuno ha in cantiere un qualche evento solenne per i 50 anni della dichiarazione conciliare.
In compenso la Sessione Sae di quest’anno è tutta problematica sul principio fondativo: “in cammino verso un nuovo ecumenismo”. Il comitato preparatorio sembra aver voluto dare la parola in materia più alla base nei gruppi di discussione che non ad una proposta innovativa. Debbo riconoscere che  nemmeno io ho grandi proposte, ma non mi entusiasma più la sequenza rituale di un ortodosso, un cattolico, un valdese che si confrontano con le “parole nuove dell’ecumenismo” (che forse non sono, come da programma “ecumenismo ricettivo, discernimento, mutua affidabilità”). E con preghiere e riti condivisi solo perché sono presenti cristiani delle diverse confessioni: possibile che non arriviamo mai a parole che siano di tutti senza specifica appartenenza, solo cristiane? Ma ancora, come dice il titolo provocatorio dell’ultimo libro in materia (Mauro Velati, sugli “osservatori non cattolici al Vaticano II”, uscito lo scorso anno per Il Mulino) “Separati ma fratelli”? So bene di essere impaziente, ma non intendo essere superficiale: distinguo i tempi delle convergenze dottrinali e la necessità degli approfondimenti teologici, ma ritengo anche che sia stata responsabilità di noi laici la mancata realizzazione del Concilio Vaticano II, come se fosse stato destinato agli ecclesiastici e non al popolo di Dio. Sembra strano che ancora una volta un Papa apra strade e i cristiani siano meno attrezzati per seguirlo e, pur conoscendo le difficoltà in cui versa, non siano pronti ad aiutarlo. Mancava solo l’enciclica Laudato si sulla “minaccia che la crisi ecologica ci pone di fronte (e) che supera o trascende le nostre divisioni tradizionali….questo rischio è comune a tutti noi, a prescindere dalle nostre identità ecclesiastiche o confessionali”. L’impegno per la salvaguardia della “casa comune” ci è chiesto nella concretezza operativa e supera le celebrazioni per la giornata dedicata alla salvaguardia del creato con cui nel 2006 la Cei rispondeva all’appello dell’assemblea del Consiglio ecumenico delle Chiese del 1983 a Vancouver per un “processo conciliare di mutua dedizione a giustizia, pace e salvaguardia del creato”. Forse non basta: siamo richiesti anche di qualche azione concreta.
Il tema dell’ecumenismo è sostanziale: come possiamo, in un momento in cui è urgente procedere spediti nel sostegno alla libertà religiosa, restare divisi, a prescindere dalla buona amicizia fra singoli, pur credendo tutti nello stesso Gesù Cristo e (più o meno) condividendo battesimo ed eucaristia? come impegnarsi per la pace del mondo se manca unità tra i cristiani?

102034312-cf7b90ec-dda3-43b8-a790-7cf98e7a076f

Annunci
Questa voce è stata pubblicata il 23 luglio 2015 alle 8:45 pm ed è archiviata in Uncategorized. Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: