Gruppo Kamenge Pavia

Un’estate in Burundi

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A quasi un mese dal mio ritorno dal Burundi prendo in mano questa biro con una sorta di “ansia da prestazione”; penso sia dovuto alla consapevolezza che mettere per iscritto tutti i dubbi, i pensieri e le emozioni che mi hanno fatto compagnia in questo tempo di ri-adattamento sia un’impresa titanica, e che il rischio di sminuirli sia più alto della probabilità di riuscire nel mio intento. D’altronde ho imparato a fare mattoni, posso tentare anche questo.

Il 17 luglio 2014 sono tornata in Africa. L’esperienza vissuta l’anno scorso al Centre Jeunes Kamenge, il centro giovani situato nei quartieri nord della capitale Bujumbura, mi aveva toccata nel profondo, al punto da diventare uno dei pensieri fissi di quest’ultimo anno di liceo. I ricordi e le risate, le parole scambiate, le mani coperte dal fango dei mattoni, i balli, i canti, le messe, e soprattutto gli amici, quelli che ho continuato a sentire anche durante l’inverno e che non vedevo l’ora di riabbracciare: tutte queste cose mi hanno convinta a ripartire, insieme a Cecilia, l’amica che per prima mi aveva parlato del Centre.

Tornare è stato stupendo: una figliol prodiga per cui viene ucciso il vitello grasso! Accolta come se non me ne fossi mai andata, come se quella famiglia mi aspettasse a braccia aperte dall’agosto precedente. Molte persone in Italia mi hanno chiesto perché volessi tornare proprio in Burundi, “L’Africa è così grande!”. Difficile spiegare che avevo fatto una promessa, e che quelle braccia aperte sono state la ricompensa per averla mantenuta.

Il primo impatto con l’Africa era stato un fatto di cuore, di emozioni, di sensazioni che colpiscono tutti i 5 sensi come una raffica di vento. È l’incontro con un mondo totalmente diverso, affascinante e incomprensibile: e quando cominci a capirlo, è ora di andartene. E anche il primo ritorno in Italia era stato disorientante, malinconico e rabbioso allo stesso tempo: un’esperienza del genere rende tanto evidenti atteggiamenti di superficialità che nella vita di tutti i giorni si accettano e si lasciano correre, e fa cedere alla tentazione di ergersi a giudici universali.

Questo secondo anno è stato diverso, in parte per una mia volontà e in parte per particolari circostanze da me indipendenti. “Insomma è stato meno forte e più intenso”: è questa la definizione illuminante di un amico di fronte al groviglio di pensieri che gli ho scaricato addosso una volta ritornata in Italia. E in effetti il tentativo è stato quello di affrontare meno di cuore e più di testa tutto ciò che lo scorso anno mi aveva emotivamente scossa, per arrivare ad una maggiore profondità di comprensione e, soprattutto, di relazioni. Se l’anno passato scrivere ciò che vedevo e provavo era una vera e propria necessità, per mettere ordine nei miei pensieri, quest’anno con altrettanta impellenza ho sentito il bisogno di parlare, domandare, capire dagli stessi ragazzi ciò che loro pensano, vivono, sognano.

Il primo anno l’Africa è stata una partita a cui ho assistito da spettatrice: le tattiche di gioco mi stupivano e lasciavano a bocca aperta, e ben presto mi sono lasciata trascinare dal tifo e dai cori. Il secondo anno sono scesa in panchina, per interrogare gli stessi giocatori sul perché di quelle strategie di gioco e sui loro pronostici di vittoria: ho abbandonato i cori entusiastici e lo spettacolo appassionante del gioco, ma in cambio ho cominciato a sentirmene parte io stessa.

Eppure, ogni volta che l’orizzonte di comprensione sembrava avvicinarsi, accadeva qualcosa – un evento inaspettato, una conversazione particolarmente emozionante, un incontro singolare – che sembrava quasi volermi dimostrare quanto poco in realtà avessi capito della partita.

Una sera è arrivato un ladro al centro. È entrato nelle camere, minacciando di morte una dottoressa che vi era alloggiata, e le ha rubato orologio e iPhone per poi scappare. È stata chiamata la polizia, che è accorsa portando con sé un neanche troppo vago odore di alcol, ed ha condotto interrogatori sommari su ciò che era successo, ben attenti a non domandare nulla alla diretta interessata. Il loro pronto intervento è consistito nel caricare in macchina uno dei ragazzi più attivi del centro, “colpevole” di aver detto di poter identificare il ladro, per tenerlo una notte in prigione e procedere il giorno dopo con il riconoscimento. Dal nulla, caricato in macchina e trasportato in prigione. Tutti gli altri ragazzi del centro stupiti quanto noi volontari bianchi, incapaci di agire, e vincolati da quel muto accordo di vicendevole tolleranza siglato tra il CJK e il governo, un regime semidittatoriale mascherato da democrazia. Una democrazia formale che vedrà l’affluenza alle urne proprio l’anno prossimo, nel 2015, anno che si prospetta molto caldo per quel piccolo paese dell’Africa, soprattutto dopo che il segretario dell’ONU in Burundi ha denunciato lo scorso aprile il rischio di una guerra civile e di un conflitto etnico spaventosamente simile al ’94 rwandese. Il Centre Jeunes Kamenge, oasi di pace e di convivenza, di tolleranza e di rispetto delle diversità, non può permettersi di rompere i delicati equilibri che mantiene con il governo, soprattutto per simili vicende. Ma questi sono pensieri che arrivano dopo, ragionando con la testa: perché il primo impatto con le grida di un amico che viene trasportato senza alcun motivo in una prigione burundese è doloroso, incomprensibile, e la tentazione è quella di urlare, di fermare la tragicommedia dei poliziotti ubriachi, di gridare all’inciviltà. Un’inciviltà che si legge negli occhi gonfi di lacrime dello stesso amico rilasciato la mattina dopo, le cui parole rotte comprensibili tra i singhiozzi sono “in prigione, qui, rubano la tua dignità umana”.

Ed ecco che l’Africa mostra tutte le sue crepe, le sue dolorose incongruenze. Il paese dell’hakuna matata, del “senza pensieri”, del sorriso dei bambini, dei canti e dei balli, della gioia di vivere che vince anche le situazioni più difficili, ecco che questo paese idilliaco si tramuta nel volto sconvolto di un amico. Le canzoni della pace cantate al mattino dai giovani del centro vengono coperte dalle urla di quegli stessi ragazzi, che, trovato il ladro, cominciano a picchiarlo davanti ai tuoi occhi per sapere dove ha nascosto telefono e orologio.

“Non dovete rispondere alla violenza con la violenza” gridano i bianchi. E appena pronunciate, le parole richiamano alla mente la frase della maestra di catechismo di fronte al bambino che ricambia lo schiaffo del vicino. Ben presto il bambino capirà che è sufficiente alzare la mano e dire “Maestra, mi ha dato uno schiaffo!” perché la maestra coccoli lui e metta in punizione il colpevole. In Burundi hanno rinunciato già da tempo ad alzare la mano. Quale giustizia si può pretendere in un paese dove i poliziotti puzzano di alcol e mettono in prigione le persone senza una vera ragione? Dove il partito al potere ha armato l’ala giovanile affinché faccia piazza pulita dell’opposizione? Dove l’ipotesi di una nuova guerra risveglia i fantasmi nelle famiglie che hanno già perso padri, madri, mariti e fratelli in quella conclusa da appena 10 anni?

Di fronte a questi ragazzi, il cui tentativo di recuperare gli oggetti rubati è un ultimo, disperato tentativo di cercare da soli un minimo di giustizia, è caduta ogni mia pretesa di giudizio. Mi sono trovata persa, senza un orizzonte di comprensione, e per un momento, per un momento che è durato un secolo ho desiderato essere in Italia, dove la maestra mi avrebbe coccolata e il ladro della merenda sarebbe stato messo in punizione. Dove la giustizia, con le sue infinite pecche, è ancora al servizio, e non contro, l’uomo.

Eppure, proprio quando ho provato il più profondo orrore per un’Africa che non avevo ancora conosciuto sulla mia pelle, proprio allora ho cominciato ad amarla ancora di più. L’amore per l’Africa dell’hakuna matata è l’amore del primo batticuore, è l’emozione del primo bacio, è l’idilliaco momento in cui vedi solo i pregi dell’amato. Ed è destinato a soccombere presto alla realtà. Solo vivendo di persona i dolorosi e sconvolgenti difetti dell’Africa ho capito veramente lo sforzo immane e straordinario di tutte quelle persone che si impegnano per cambiare le cose. La violenza gratuita non è ciò in cui credono questi ragazzi, ma è ciò a cui li costringe l’ordine del loro mondo. Un ordine a cui cercano di Sopravvivere, in attesa di cominciare a Vivere. Non è incoerenza cantare canzoni di pace al mattino, non è incoerenza costruire mattoni per le famiglie più povere, non è incoerenza fare dibattiti, discussioni, confronti: è voler dimostrare che un altro Burundi è possibile, con un’altra giustizia e un altro rispetto, e che i giovani sono disposti a sporcarsi le mani di fango per costruirlo, questo Burundi.

L’ultimo giorno, un ragazzo mi ha regalato un documentario sul Burundi. Una volta arrivata a casa l’ho guardato, pensando parlasse della sua storia, della guerra civile, e dell’enorme dolore che questo piccolo paese ha vissuto e sta vivendo. E invece mi sono trovata davanti stupendi paesaggi, affascinanti tradizioni, incredibili manufatti. “Il mio paese non è solo la povertà dei quartieri nord o la violenza della guerra. Il mio paese è l’inestimabile bellezza dei luoghi, la ricchezza culturale e umana. Ha miliardi di problemi e di contraddizioni, ma questo non mi impedisce di amarlo con tutto il cuore, e, in nome della sua bellezza, di provare a cambiarlo.” Cominciando, ancora una volta, dalla forma di un mattone.

E chissà che in futuro non avrò la fortuna di giocarla io stessa, questa partita per l’Africa.

Sara

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Questa voce è stata pubblicata il 9 settembre 2014 alle 3:17 pm. È archiviata in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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