Gruppo Kamenge Pavia

Articolo sul CJK su Missione, Chiesa e Società

Missione, Chiesa e Società

Titolo: Il missionario che costruiva mattoni
di Ilaria De Bonis

Sommario:
Al Centre Jeunes Kamenge di Bujumbura in Burundi i giovani imparano a convivere: non importa che siano Hutu, Tutsi, cattolici o protestanti, ruandesi o burundesi. Il miracolo avviene grazie ai Saveriani. E al progetto estivo della fabbrica dei mattoni.

Testo:
Non saranno tutti fortunati o talentuosi come Elie, che è nato nelle baraccopoli di Bujumbura ed ora frequenta l’Università della leadership in Burundi e a 22 anni è già un promettente video-maker. Ma molti adolescenti della capitale piovosa del Burundi hanno una grande opportunità: grazie ai missionari Saveriani e a padre Claudio Marano, direttore del Centre Jeunes Kamenge, imparano a convivere. Il che non è cosa da poco nel Paese dei Grandi Laghi, protagonista di una guerra etnica spietata tra Hutu e Tutsi negli anni Novanta. La convivenza è una strategia che inizia con la costruzione dei mattoni. Esatto, proprio mattoni. Quelli che servono per tirar su i muri delle case: fango e acqua impastati insieme e messi a seccare al sole dopo aver preso la forma squadrata dei rettangoli. <<Il nostro è un progetto sociale della Chiesa cattolica di Bujumbura. Si tratta di un campo estivo nel quale gruppi di adolescenti armati di pale e carriole partono per le periferie della città ad impastare mattoni per i poveri che non hanno casa>>, spiega padre Claudio. Il progetto estivo è in realtà l’apice di un’esperienza di convivenza che inizia durante l’anno a Kamenge e che in agosto assume la dimensione di una vacanza-lavoro. <<Venendo qui i ragazzi imparano che non serve appartenere necessariamente alla stessa etnia o alla stessa religione per essere amici e fratelli>>, spiega padre Claudio. Tutsi, Hutu, cattolici, islamici, protestanti, maschi e femmine, ricchi e poveri si ritrovano tutti nei locali della parrocchia e giocano, dialogano, si innamorano. <<Non avete altro da fare? Venite qui invece di andare a bere una birra fuori: venite e potrete usare la sala da ginnastica, la sala del computer, la biblioteca, la palestra, tutto completamente gratis>>, spiega il missionario.
Un escamotage che funziona: e che, dice padre Claudio, li fa entrare in contatto gli uni con gli altri senza pregiudizi. <<Una volta entrati nel giro rimangono fregati! – ride, mentre parliamo al telefono e mi racconta di come sbocciano amicizie e amori estivi – E scoprono che non ha alcun senso la divisione settaria>>.
In estate, poi, tutto si intensifica e l’esperienza si fa ancora più forte e strutturata: nasce il campus di svago e lavoro, sostenuto anche dal Fondo delle Nazioni Unite per le Popolazioni (Unfpa): 12 giorni durante i quali i giovani vivono insieme quasi per otto ore consecutive scoprendo la bellezza della reciprocità. <<Proponiamo di stare 12 giorni insieme dalle 8.30 del mattino fino alle 16.30. Appena arrivati facciamo un canto di fraternità, poi alziamo le bandiere della pace>> e la giornata ha inizio come un ideale training di peacekeeping.
<<Sono cinque gruppi per un totale di 500 ragazzi, 12 giorni per ogni gruppo che lavora assieme ai missionari e a 40-50 volontari che vengono dall’Italia e da altre parrocchie del Burundi>>. I ragazzi al mattino bevono il the col pane e poi partono con carriole e pale. Vanno a lavorare nei quartieri più poveri: parlano con le famiglie che vogliono costruirsi una casetta: 2.500 mattoni per ogni casa. <<Il futuro proprietario – dice il missionario – deve procurarsi solo acqua e terra e i ragazzi con questo fango preparano le formine. Ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze: per loro sono delle vere vacanze. Il lavoro c’è ma c’è anche il gioco, lo svago, il pranzo (fagioli, riso, uova, pane) >>.
Che c’è di tanto rivoluzionario in una missione di Saveriani che offrecibo, svago e riposo a dei giovani in cambio di attività da oratorio? C’è che siamo in Burundi.
O meglio, quello che fu il Burundi durante la guerra civile che spaccò in due la società.Il Burundi, tanto per rinfrescare la memoria, è anche lo stesso Paese africano dove nel 1997 avvenne uno degli episodi più tristi per la Chiesa locale: 40 giovanissimi allievi del Seminario di Buta (diocesi di Bururi), Hutu e Tutsi, vennero massacrati per essersi rifiutati di obbedire all’ordine di dichiarare la propria etnia. <<Ci ordinavano di dividerci, Hutu da una parte e Tutsi dall’altra – racconta un ex seminarista scampato all’eccidio – Erano armati fino ai denti: mitra, fucili, coltellacci… Ma noi restavamo raggruppati! Allora il loro capo si è spazientito e ha dato l’ordine di sparare>>. Ecco allora che appare più chiaro il senso di un progetto come questo per sanare una ferita vecchia di 20 anni ma che a tratti ancora sanguina: lavorare con i giovani nelle periferie più misere è una scelta fatta ai tempi della guerra perché potessero reinventare una nuova società. E il sogno continua…

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Questa voce è stata pubblicata il 11 giugno 2014 alle 6:04 pm. È archiviata in Uncategorized con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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