Gruppo Kamenge Pavia

Dona, un ricordo

Qui di seguito un ricordo, scritto qualche giorno dopo la notizia della scomparsa di Dona il 6 gennaio scorso, per ricordare Dona a tre mesi dalla sua morte.

Camminando un po’ ciondolante (nell’ultimo periodo un po’ piegata) Dona procedeva inarrestabile, nei suoi lunghi vestiti colorati. Con un sorriso appena accennato ti guardava e scambiava qualche parola, solo ogni tanto. Non era una grande chiacchierona, però non risparmiava i sorrisi, di quelli belli e veri, che non hanno bisogno di parole. Direi che erano di quelli che si chiamano “sorrisi d’intesa”.

Due estati fa, un mercoledì caldo, appena dopo pranzo, verso le 12,40, tutto era pronto. Le valigie e lo zaino erano in corridoio, a sinistra guardando la porta della barza (come viene chiamata qui la veranda). Gli amici erano lì tutti attorno, saluti e abbracci, soliti convenevoli occidentali che qui si trasformano in veri e calorosi rapporti fisici. Tutto era pronto, potevo partire per tornare in Italia. Pure io, almeno all’apparenza, ero pronto per lasciare ancora una volta il Centre Jeunes Kamenge, dopo un mese di mattoni. E continuavo a ripetere a tutti quelli che mi chiedevano se sarei tornato ancora l’estate successiva che “bisogna partire per ritornare”. Ai tanti amici che lì si lasciavano, con la speranza, chissà, di vederli l’anno dopo, al mio ritorno, dicevo che dopo tutto non eravamo così lontani, che la grande famiglia del Centro è sempre unita e forte anche se fisicamente le distanze tra i suoi componenti ci dicono il contrario.
Appena prima di partire Dona mi aveva bloccato, proprio mentre salivo sull’Hilux pronto per dirigermi all’aeroporto. Era sbucata fuori dalla barza ed era venuta verso la macchina. Mi aveva bloccato con un semplice “Robert”, uno sguardo e un gesto. Con questa unica parola mi aveva fermato appena in tempo per darmi una cosa, anzi per farmi capire di aspettare che doveva darmi una cosa, un pensiero. Era corsa di là, dentro al bureau ed era tornata poco dopo con un bracciale. Per me. Solo per me. Un bracciale di quelli semplici del mercato. Nero, intrecciato, con tre perline centrali verde-gialla-rossa, e due più piccole gialla e rossa da passanti per la chiusura. E questo bracciale è qui con me anche ora che scrivo, non lo indosso, non lo posso più indossare, perché una volta partito per l’Italia, dopo un anno d’Italia, tornato l’estate scorsa in Burundi, si è rotto. Il bracciale è partito dal Burundi due estati fa, è tornato funzionante in Burundi l’estate scorsa, e solo lì, come a voler significare che sarebbe stata l’ultima estate per questo rapporto vivo tra me e Dona, da lui simboleggiato, si è rotto.

Con queste brevi righe voglio ricordare Dona, che il 6 gennaio ci ha lasciato. Ha lasciato la nostra famiglia. Una famiglia grande, che conta 37.771 persone. Che domenica l’hanno ricordata al Centro con una grande messa.

Dona era sempre avanti, andava sempre avanti, perché c’era sempre qualcosa che doveva sistemare o gestire. Scompariva dietro la porta del Bureau des Associations, dove si occupava non solo delle associazioni con le quali il Centro collabora (oltre 460 nei Quartieri Nord), ma anche di corsi di taglio e cucito, dattilografia, francese, corale del Centro, gruppi donne per la pace, che lei stessa aveva fondato. Non la vedevi a pranzo o a cena, però era sempre là al Centro, o a controllare il lavoro delle donne della cucina durante i Campi di Lavoro e Formazione estivi, o a seguire il lavoro delle associazioni dei quartieri, o a scrivere qualche poesia, o a riposarsi qualche minuto su una sedia bianca fuori dalla barza, ma solo qualche minuto. Era a volte una presenza, perché non la vedevi ma da qualche parte c’era.

Non era sempre facile capire cosa facesse, ma era lì. Da un certo punto di vista era parte del Centro, come un mattone sul quale puoi sempre contare, che fa parte di quelle colonne rosse che sorreggono le fatiche del Centro. Uno di quei mattoni così comuni, ma così preziosi perché dentro diversi. E ora più che mai Dona potrai darci una mano a sostenere il Centro, dovrai continuare a essere con noi. Da lassù potrai lanciare una fune, agganciare il Centro e tenerlo un po’ sollevato, così che il suo peso non sia tutto sulle spalle di Padre Claudio e di chi gli dà una mano. Ma soprattutto cerca di mettere una buona parola con chi sai tu per i tanti giovani del Centro, dei Quartieri Nord, di Bujumbura, del Burundi e dell’Africa, perché per loro la vita possa riservargli tutto ciò che è giusto che gli sia riservato. Fai in modo che tutti in questo stramaledetto mondo possano avere una vita degna di essere vissuta.

Dona ci hai lasciato. Con i tuoi pregi e i tuoi difetti. Ma certamente sempre Dona, dono di umanità e sensibilità al Burundi.

Ciao Dona
Un tuo amico
Roby

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Questa voce è stata pubblicata il 4 aprile 2012 alle 10:05 am. È archiviata in Uncategorized con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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